Da due anni presto servizio come consulente esterno presso l’Istituto Tecnico per Geometri di Lucca. Essenzialmente mi sono occupata dello Sportello di Ascolto, grazie al quale sono entrata in contatto con ragazzi dalle problematiche più svariate, ma una in particolare ha acceso il mio interesse, la Dislessia, o meglio i Disturbi Specifici dell’Apprendimento.

Capitava che alcuni dei ragazzi che incontravo fossero portati lì “per l’orecchio” da un insegnante, che si lamentava del pessimo rendimento scolastico e dell’altrettanto pessima condotta a scuola. Spesso emergeva che questi ragazzi avevano un problema di dislessia, noto al corpo docente e per il quale era stato anche redatto un PDP (Piano Didattico Personalizzato), purtroppo in gran parte caduto nel dimenticatoio.

Ciò che accumunava questi ragazzi era un profondo senso di incapacità e di fallimento, a volte associato ad ansia rispetto alla prestazione scolastica. Un altro elemento comune era l’incomunicabilità del proprio D.S.A. sia ai compagni, per non essere giudicato diverso, sia agli insegnanti, per evitare di ricevere un trattamento “privilegiato” di fronte alla classe.

È stato subito evidente che i primi a non avere chiaro che cosa fossero i Disturbi Specifici dell’Apprendimento e che cosa implicassero erano proprio i diretti interessati. Il paragone con la miopia è diventato il mio cavallo di battaglia: <<Se l’oculista ti dicesse che non vedi da lontano e che hai bisogno degli occhiali per leggere alla lavagna, te li metteresti?>>, <<Sì!>>, <<Ecco, quando ti è stato detto che avevi la dislessia, voleva proprio dire che ti servono degli strumenti specifici per poter imparare come gli altri, proprio come accade ad una persona miope che si mette gli occhiali>> e così diventava subito chiaro il valore e la necessità di strategie specifiche per l’apprendimento. In genere a quel punto mi veniva rivolta questa domanda: <<Allora? Che si può fare?>>, <<Un sacco di cose!>> e un sorriso di speranza sul volto prima rassegnato era, a quel punto, inevitabile.

Si parla di Disturbi Specifici dell’Apprendimento (D.S.A.), nel caso in cui un individuo privo di problemi di tipo cognitivo, neurologico, sensoriale, emotivo o sociale, presenti una difficoltà in qualche settore specifico dell’apprendimento.

Si tratta di disturbi che emergono nel momento in cui si viene esposti all’apprendimento della letto–scrittura e del calcolo, si modifica nel tempo, ma non può scomparire completamente. Questi disturbi si manifestano in ragazzi intelligenti, nonostante abbiano avuto normali opportunità educative e scolastiche, quindi non riguardano un eventuale svantaggio culturale. Rientrano nei D.S.A. la dislessia (difficoltà di lettura), la disgrafia (difficoltà nella produzione di testi scritti), la disortografia (difficoltà a tradurre correttamente i suoni che compongono le parole in simboli grafici), la discalculia (difficoltà nel compiere calcoli mentali).

La recente letteratura scientifica ha individuato alcuni indicatori per stabilire la possibile presenza dei D.S.A. In questa sede mi soffermo sui possibili indicatori riferiti a ragazzi di età superiore ai 12 anni (Grandi, 2008):

  • Lettura lenta, poco fluente e con errori.
  • Bagaglio culturale limitato a causa della difficoltà di lettura.
  • Difficoltà nello spelling.
  • Scrittura lenta e poco leggibile.
  • Migliori competenze orali rispetto a quelle scritte.
  • Difficoltà nella pianificazione e nella composizione di un testo scritto.
  • Difficoltà nella sintassi e punteggiatura.
  • Difficoltà a riassumere e sintetizzare.
  • Difficoltà a prendere appunti o a copiare alla lavagna.
  • Reticenza verso attività che richiedano la lettura e la scrittura.
  • Non completa i compiti per casa.
  • Lentezza nel rispondere alle domande, soprattutto quelle “aperte”.
  • Difficoltà nella memorizzazione.
  • Pronunciare errata di alcune parole.
  • Bassa autostima e poca fiducia in se stesso.
  • In classe disturba oppure fa il buffone, oppure è troppo calmo.
  • Ansia rispetto alle performance scolastiche di lettura, scrittura e nella matematica.
  • Ipersensibilità e/o perfezionismo.

In particolare, il bambino con dislessia non riesce a leggere e scrivere in modo automatico, per cui farlo gli comporta il massimo impegno di energie. Ne derivano stanchezza elevata, errori e lentezza rispetto ai suoi compagni.

La difficoltà di lettura può essere più o meno grave e può accompagnarsi a problemi nella scrittura, nel calcolo e, talvolta, anche in altre attività mentali. Sono rari i casi di bambini che presentano disgrafia, disortografia o discalculia in assenza di dislessia.

I D.S.A., oltre a portare i ragazzi a difficoltà nella lettura, nella scrittura e nel calcolo, possono causare ulteriori difficoltà quali il controllo di spazi e tempi, la gestione della memoria, le abilità legate alla coordinazione motoria.

Il bambino o l’adolescente avente queste difficoltà può manifestare nel tempo atteggiamenti di isolamento, aggressività e depressione, soprattutto se non supportato adeguatamente dalla famiglia e dalla scuola.

Giacomo Stella (2005, p.7) afferma: “la scuola che non capisce il bambino e non sa interpretare le sue difficoltà fa male, ed il bambino lo capisce e la rifiuta. La scuola che si avvicina ad ogni bambino in difficoltà con atteggiamento di comprensione e di aiuto fa bene e anche coloro che tutte le mattine devono combattere con i loro problemi possono trovare comunque un ambiente che li aiuta nel loro faticoso percorso”. Questo significa che i bambini dislessici sono comunque in grado di imparare, pur avendo un modo diverso per farlo.

Dunque, gli insegnanti sono destinati ad approfondire l’argomento soprattutto nella prospettiva di creare le condizioni adeguate, nonché l’ambiente di apprendimento più consono alle abilità dell’alunno con dislessia. Secondo il neurologo inglese Critchley, che negli anni ‘70 e ‘80 ha studiato a fondo la dislessia, il futuro di un bambino con dislessia evolutiva, è tanto migliore quanto migliori sono le sue capacità cognitive, quanto più precoce è l'intervento, quanto più il bambino e il suo disturbo vengono compresi dall'ambiente, quanto più adeguato è l'atteggiamento didattico, infine quanto maggiore è l'equilibrio psichico del bambino tesso (Critchley, 1981).

Sono elementi che peggiorano la prognosi invece, i frequenti cambiamenti di classe e di insegnanti, un numero elevato di assenze da scuola, atteggiamenti iperprotettivi sul bambino che non gli permettono di affrontare le sue difficoltà (Milani, 2006).

Lucia Ricci

Bibliografia

  • PERONI M. (2006). La sintesi vocale come strumento compensativo per i soggetti con dislessia: quali effetti? Dislessia 3, in Difficoltà di apprendimento, Trento, Erickson.
  • STELLA G. (2004), La Dislessia, Bologna, Il Mulino, in GRENCI, R. (2007), La dislessia dalla A alla Z. 100 parole chiave, Libri Liberi, Firenze.
  • GRANDI, L. (2008), Guida alla Dislessia per genitori, Associazione italiana Dislessia, Bologna.
  • STELLA, G., GALLO D. (2005), Scelte scolastiche e formative, Omega.
  • MILANI, L. (2006), Portale Sanitario Pediatrico – Ospedale Bambino Gesù
  • GRANDI, L. (2008), Guida alla Dislessia per genitori, Associazione italiana Dislessia, Bologna.
  • CRITCHLEY, M. (1981), Il linguaggio del gesto, in “Il pensiero scientifico”, Roma, Piccola biblioteca di neurologia e psichiatria.